Presentazione del libro “Donnicidio Diagnosi del femminicidio ” di Mirella Izzo

 

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In occasione del One Billion Rising la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e le bambine

Sabato 13 Febbraio dalle ore 18:30 alle ora 19:30 Presso Sala del Camino Palazzo Ducale Piazza De Ferrari Genova

verrà presentato il libro Donnicidio Diagnosi del femminicidio secondo una donna nata maschio di Mirella Izzo Presidente Onoraria di Rainbow Pangender Pansessuale Gaynet Genova, fondatrice di Crisalide Pangender, Crisalide Azione Trans nonchè autrice di Oltre le gabbie dei generi Il Manifesto Pangender e Translesbismo: Istruzioni per l’uso
Questo evento è realizzato in collaborazione con Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura con AG About Gender-Journal of Gender Studiese col patrocinio del Coordinamento Liguria Rainbow.

Per un approfondimento sul tema riportiamo questa intervista:

Intervista a Mirella Izzo sul libro “Donnicidio”
L’intervistatrice è una donna 30enne, femminista, antispecista che conosce l’autrice del libro ma ne è indipendente dal punto di vista psicologico. L’intervista è vera e nasce quasi per caso da una chat personale che si è evoluta in domande e risposte scritte.

C.M.: Cara Mirella… Ho visto la pubblicità del tuo libro. Sono indecisa se prenderlo oppure no. Ci sono delle domande che mi vengono in mente anche già leggendo titolo e quarta di copertina del libro. Chiariscimi alcuni dubbi: un testo sul fenomeno del Femminicidio scritto da una persona che è nata e vissuta per 39 anni come uomo – cioè proprio il soggetto tipico che commette questi orribili atti – fa un po’ impressione. Tu sei nata maschio e con quale diritto pensi di poter parlare di Femminicidio (che tu chiami Donnicidio)?

M.I.: Credo che proprio questa mia condizione, di cui tu ricordi solo la prima parte (il sesso maschile e non la transizione a Donna) mi ponga in una condizione di poter dire qualcosa sull’argomento. Anche perché non devi pensare che nei primi 39 anni io fossi un maschio ben integrato, con una identità maschile stabile… La consapevolezza di non essere uomo precede l’anno in cui ho transizionato. Quindi ho vissuto più “come uomo” che “da uomo”, anche se ci sono stati lunghi anni di “rimozione” del “problema”. Ad essere sincere, sono più quegli anni di rimozione, in cui mi ero convinta a tutti i costi di dover essere uomo, ad avermi “insegnato” maggiormente alcune differenze tra umani maschi e femmine che, di norma, sfuggono a chi vive tutta la vita dentro un sesso e un genere specifico. L’essermi costretta a tentare di restare uomo mi ha spinta ad essere maggiormente “mimetica” rispetto agli altri uomini e quindi a conoscerne di più i pensieri più intimi, le pulsioni “inconfessabili”, se non tra “maschi”

C.M.: Leggendo la quarta di copertina del tuo libro, sembra di capire che tu attribuisca molta importanza agli ormoni sessuali nel determinare le differenze tra Uomo e Donna. Si parla di “acceleratore” su questo aspetto del problema. Non credi che il tuo sia un grande passo indietro culturale? Siamo tornati al “determinismo” secondo cui noi siamo “burattini” in mano al nostro DNA o ai nostri ormoni?

M.I.: Per nulla. Io non credo nel determinismo. Non penso affatto che si possa ridurre nulla dell’essere umano ad una sorta di “macchina” che funziona in base a risposte semplici a stimoli interni o esterni. Se così fosse, nella stessa quarta che citi non farei direttamente cenno ad altri due importantissimi filoni da studiare per combattere il fenomeno della violenza sulle donne e, nello specifico, del Donnicidio. Peraltro basta leggere i titoli dei capitoli per capire che non sposo affatto la tesi riduzionista e determinista. Vi sono “consigli” per ogni sorta di essere umano. Se pensassi che tutto è determinato dagli ormoni, quei capitoli non avrebbero senso. Purtroppo è accaduto che la giusta reazione contro il determinismo ha portato al suo estremo opposto, anch’esso sbagliato e cioè ad una reale sottovalutazione di una realtà che invece esiste e incide nei comportamenti e nella strutturazione degli ego maschili e femminili. Mi riferisco alle predisposizioni. Tra determinismo – dove tutto avviene come fossimo macchine biologiche – e la negazione delle predisposizioni – secondo cui il nostro arbitrio è solo influenzato da educazione e cultura, negando alcune differenze nelle attitudini biologiche – esiste un oceano che raramente viene esplorato. Credo che questa “polarizzazione” tra chi sposa il “determinismo” e chi le sole influenze sociopsicologiche sia fortemente fuorviante. In genere “tutto” e “niente” sono semplificazioni che non colgono quasi mai la complessità della vita. Bisogna guardare la realtà in ogni suo aspetto e valutarne l’importanza. Così come l’esperienza infantile di abbandono non sempre dà luogo a gravi casi di psicosi, è ugualmente vero che le differenze informazionali tra maschi e femmine non scrivono la storia di ogni essere umano. E’ altrettanto vero, però, il contrario. Alcune esperienze e alcune differenze biochimiche predispongono, pur non determinando. Per questo ho deciso di porre l’acceleratore sulla “gamba informazionale e biochimica”. Perché nessuno sa – o se lo sa, non vuole – trattarla, a mio parere. Io penso che anche questo aspetto abbia una sua importanza nello spiegare cose come la violenza maschile sulle donne (ma anche dei mammiferi maschi rispetto ai mammiferi femmina, a voler guardare). Sia credere alla cieca obbedienza della nostra coscienza alle sostanze informazionali del cervello o al DNA, sia pensare che qualsiasi cosa che studi alcune differenze di predisposizione, è un approccio sbagliato. Sbagliato perché incompleto, soprattutto. Si forma un abisso inesplorato che non aiuta a comprendere fenomeni come il diverso livello di aggressività e potenziale violenza tra maschi e femmine. La cultura ha però un suo importante ruolo nello spiegare il perché la violenza maschile contro le donne. Ma è anche un gatto che si morde la coda: se è vero che l’humus culturale predispone ad atteggiamenti più o o meno aggressivi, come si spiega il fatto che ovunque e in tutti i tempi, diversi modelli di società hanno sempre avuto in comune lo sviluppo del patriarcato, la sottovalutazione, quando non la schiavitù, della donna? Quelle che io chiamo “gambe” che reggono la sopraffazione maschile sulle donne sono tre e di pari importanza: culturale, psicologica individuale e psiconeuroendocrinologica. Nel libro tratto tutti e tre gli aspetti. L’acceleratore, in realtà, è solo dovuto al fatto che non evito di parlare anche di ciò che altri non trattano.

C.M.: Viviamo in un mondo complesso: come fai a parlare di predisposizioni maschili o femminili quando nel mondo esistono società in cui una cosa “tipicamente maschile” diventa “tipicamente femminile” o neutra in un’altra? Come puoi pensare di distinguere le vere predisposizioni da quelle inculcate dalla cultura? Il Genere cambia da cultura a cultura, no?

M.I.: No. A cambare sono i ruoli di Genere. Ma non ne farei una questione semantica, ora. Già ne parlo nel libro. Il punto è che hai ragione a dire quanto sia difficile capire quali cose “tipicamente” femminili o maschili siano culturali o naturali oppure un mix di predisposizioni che, nel giusto ambiente culturale, si esprimono. Di certo gli uomini, in una società matriarcale non si comporterebbero nello stesso modo di come fanno in una organizzazione sociale che, da sempre e ovunque, ha avuto l’impronta patriarcale e poi maschilista. Per rispondere alla tua domanda: la difficoltà a distinguere, anche per la grande varietà comportamentale umana, si riduce non di poco se è una stessa persona a vivere in uno stato di prevalenze ormonali opposte. Nel libro racconto un episodio autobiografico. Ero da poco in prevalenza estrogenica e – di fronte ad uno stimolo esterno che ben conoscevo durante la mia attività sindacale precedente – ebbi una reazione che mi creò un enorme imbarazzo in quanto assolutamente inaspettato, totalmente in contrasto con le mie modalità di reazione… ma preferisco non parlarne qui perché ha anche un aspetto oggettivamente comico (per me fu ben poco tale, sul momento) e preferisco lasciarlo alla lettura di chi leggerà il libro. Certo è che da quel momento prestai molta più attenzione ad osservare quei cambiamenti psicologici, attitudinali, fisici, determinati o facilitati dagli estrogeni rispetto agli stereotipi di Genere. Per fortuna il mio sentirmi donna non è mai stato troppo “pink” e, come disse una volta Eva Robin’s, anche io preferisco un negozio di ferramenta ad una profumeria…. Quindi sono un po’ protetta dagli stereotipi culturali della donna “pinky”. Ci sono cose evidenti ma non psicologiche che sfido a smentire: la fatica a sollevare lo stesso identico peso (sacchetti della spesa) e portarli per 4 piani a piedi sulle scale è cambiata con il cambio di prevalenza ormonale. Nettamente. Ciò non significa che il corpo non si adegui, con il tempo, alle forze necessarie, ma la fatica è diversa. Così come il dolore. Si abbassa la soglia ma aumenta la sopportazione. Si sente più spesso dolore ma non si diventa subito “pazze” per un po’ di mal di testa. Ovviamente esistono uomini che sopportano e donne che sopportano poco, ma io ero e sono la stessa persona e quindi ho potuto “misurare” le differenze sotto i diversi “influssi”. Ebbene, queste differenze non sono solo fisiche, ma anche psicologiche. Viviamo in un mondo pieno di gente che assume psicofarmaci che agiscono su serotonina, noradrenalina ecc. che intervengono anche pesantemente sul nostro approccio alla vita, ma chiudiamo gli occhi di fronte agli effetti dei soli neurotrasmettitori sessuali. Ci sarà un perché? C’è, secondo me.

C.M.: Mi stai forse dicendo che solo una persona transgender può capire le dinamiche di maschi e femmine, in particolare quelle attinenti all’argomento in questione?

M.I.: Beh quando certe femministe, dopo l’ennesimo scandalo di uomini che hanno frequentato prostitute transgender e hanno reagito scrivendo sui giornali che sarebbero scese con i “mattarelli” (sic!) a difendere i propri uomini dall’assalto di queste strane creature che li irretivano, ho provato uno sconforto che non potrei mai spiegare. In quei casi è evidente che queste pseudo femministe avevano fette di dinosauro sugli occhi pur di non vedere l’evidenza. E’ tanto di moda riscoprire le qualità delle culture dei Nativi Americani ma pochi ricordano che tutte le tribù Lakota prevedevano, nel loro tessuto sociale, le persone “Two Spirits”, cioè proto transgender e che venivano considerate, queste persone, come più vicine a Manitù (che per fortuna non è né maschio né femmina… un Dio sessuato dovrebbe far ridere se non piangere) proprio perché più capaci di comprendere le differenze strutturali e di esigenze di maschi e femmine. Non raramente erano sciamani o giudici di pace nelle questioni che sorgevano in famiglia tra mogli e mariti. In questo caso i Nativi Americani hanno avuto un’intuizione decisamente migliore di quelle delle religioni di Abramo. In ogni caso, noi transgender non possiamo capire con precisione alcune cose che o le Donne o gli Uomini nati e rimasti tali capiscono perfettamente (penso alla gravidanza, per fare l’esempio più eclatante), ma, contemporaneamente, possiamo capire meglio di questi, certe interazioni e differenze che portano ai classici stereotipi per i quali le donne dichiarano che “gli uomini pensano solo al sesso” o gli uomini affermano “chi le capirà mai le donne.. quando dicono sì è no e viceversa” (per non pensare a peggiori stereotipi quali “le donne sono tutte puttane”). Quindi abbiamo svantaggi e vantaggi. Noi possiamo vedere meglio le differenze perché abbiamo una “gestalt” di riferimento. Prima e dopo. Quindi la mia risposta è sia un sì, sia un no.

C.M.: Perché ritieni utile la lettura di questo libro? Utile, nel caso, per chi? Donne? Uomini?

M.I.: Utile perché vi si trovano osservazioni e anche consigli diversi da quelli che uomini nati e restati tali e donne nate e restate tali possono arrivare a dare per contrastare la violenza sulle Donne da parte degli Uomini. Se guardi i capitoli del libro troverai che vi sono pezzi dedicati alle giovani donne, ai bambini, ai giovani uomini, alle persone più anziane e sui genitori e l’educazione da dare ai neonati e agli adolescenti. Sono strumenti supplettivi che, insieme ad altri già noti a chi si occupa di stalking e violenza sulle donne, aiutano ad una maggiore comprensione e, spero, protezione, dagli aspetti più tragici della violenza. Utile per le donne un po’ illuse nel pensare che gli uomini siano sostanzialmente uguali a loro, Utile per quegli uomini disponibili (o persino desiderosi) di uscire dalla gabbia del doversi sempre dimostrare “capobranco”.

C.M.: Tutto questo in poco più di cento pagine?

M.I: Si e no. A volte per far comprendere cose complesse è sufficiente trovare il giusto esempio e il resto viene da sé. Contrariamente al parlato, nello scrivere libri io tendo ad asciugare i testi trattando le cose essenziali. Proprio per non distrarre dalle cose importanti, evito di “arricchire” i testi con questioni secondarie che diluiscono il brodo. Del resto anche il mio libro precedente era più o meno della stessa lunghezza, ma i feedback che ho avuto da chi ha letto il libro non hanno quasi mai affermato che ho lasciato scoperti temi importanti. E poi, ci provo, tento di scrivere cose che altri non hanno già scritto. I miei libri non sono enciclopedie su un certo argomento, ma proposizione di punti di vista originali rispetto a temi già trattati ampiamente da altri autori. Per me scrivere tanto non è un problema, anzi, ho difficoltà di sintesi, in genere. Nei libri però sento il dovere verso chi legge di non ripetere cose già note. Al massimo faccio riferimenti ad altri testi per chi approccia per la prima volta l’argomento che tratto. E’ la mia “cifra stilistica”, per dirla pomposamente.

C.M.: grazie Mirella per le risposte esaurienti… forse un po’ prolisse, a proposito di sintesi 🙂

M.I.: Ho scritto che solo nei libri tento di essere sintetica… questa è un’intervista :). In ogni caso, grazie a te per le domande perché mi aiutano a spiegare meglio il senso del libro.